Bersani Pierluigi (Pd) – da Se li conosci li eviti

dal libro di P. Gomez e M. Travaglio Se li conosci li eviti

Bersani Pierluigi (Pd)

Anagrafe Nato a Bettola (Piacenza) il 29 settembre 1951.

Curriculum Laurea in Filosofia; consigliere regionale del Pci, dal 1990 vicepresidente della provincia di Piacenza; dal 1993 presidente della Regione Emilia Romagna; ministro dell’Industria nel governo Prodi-1; dei Trasporti nei governi D’Alema e Amato; dello Sviluppo economico nel governo Prodi-2; eletto europarlamentare nel 2004; 2 legislature (2001, 2006) [3 legislature aggiungendo l’attuale -2008- ndr]

Segni particolari Prima di iscriversi al Pci, da ragazzino frequentava la parrocchia e cantava nel coro, poi bazzicò l’ultrasinistra di Avanguardia operaia. Gaudente e spregiudicato, dalemiano di ferro ma in salsa emiliana, nel 2005 ha “aperto” alla Lega Nord con un lungo “dialogo” con Bobo Maroni e con una memorabile intervista alla “Padania”, peraltro senza alcun risultato. Molto amato dai ciellini, partecipa spesso al Meeting di Rimini, anche se è il punto di riferimento delle cooperative rosse, che soprattutto in Lombardia, nel Lazio e in Emilia Romagna si spartiscono il mercato dei contratti pubblici con la Compagnia delle Opere. Come architetto di operazioni finanziarie, ha raccolto una discreta serie di fallimenti, poi pagati in qualche modo dai risparmiatori. Pare fosse in buoni rapporti con Callisto Tanzi, il patron della Parmalat, che asserisce addirittura di aver finanziato lui e D’Alema (tramite il suo braccio destro Marco Minniti) con qualche aiutino per le campagne elettorali e soprattutto per la rivista dalemiana “Italianieuropei”. Interrogato dai pm di Parma, Bersani smentisce con qualche distinguo:

Escludo nel modo più categorico di aver ricevuto finanziamenti illeciti da Gorreri [uno dei manager della Parmalat, nda]. Non ho memoria né conoscenza di contributi elettorali inferiori alla soglia di legge perché scatti l’obbligo di denuncia congiunta. In previsione di questo esame mi sono premurato di controllare i resoconti dell’ultima campagna elettorale e posso affermare di non aver mai rinvenuto il nome di Gorreri tra i contributori. Non posso essere altrettanto categorico per le precedenti campagne elettorali, anche se tenderei a escluderlo perché me lo ricorderei.

Ancor più emblematica è l’operazione Telecom del 1999: è anche sotto la felpata regia di Bersani che l’azienda telefonica, solida e sana, viene sfilata dal governo D’Alema dalle mani di Franco Bernabè per consegnarla in quelle di un oscuro ragioniere mantovano, Roberto Colaninno, affiancato dal raider bresciano Chicco Gnutti e dal ras dell’Unipol Giovanni Consorte. Il terzetto, non avendo soldi in tasca per pagare in proprio, acquista la compagnia “a debito”, grazie ai prestiti di una serie di potenti banche, come l’americana Chase Manhattan che mette a disposizione 50mila miliardi di lire. Al governo c’è D’Alema, con Bersani all’Industria e Visco alle Finanze. Poco prima di Natale del 1998, Colaninno espone il suo progetto a Bersani, che lo conduce a Palazzo Chigi a incontrare D’Alema. Al neopresidente del Consiglio il ragioniere mantovano sembra piacere parecchio. Subito dopo D’Alema incontra Bernabè, il top manager di Telecom, e gli domanda se sia preparato ad affrontare un’Opa ostile. L’amministratore delegato quasi gli ride in faccia: trova l’ipotesi assolutamente inverosimile. Non sa che è già tutto deciso: il governo D’Alema e la Banca d’Italia di Antonio Fazio faranno mancare il numero legale dell’assemblea straordinaria lanciata da Bernabè per resistere all’Opa ostile e di fatto consegneranno il primo gruppo imprenditoriale nelle mani di quelli che D’Alema elogia come i “capitani coraggiosi”. Risultato: Telecom diventa un colabrodo, con una montagna di debiti e un lungo strascico di chiacchiere maligne, che riprendono fiato quando si scopre che nel 2001, dopo il passaggio del testimone a Tronchetti Provera, Consorte e il fido Sacchetti hanno intascato una strana “buonuscita” di 50 milioni di euro versata da Gnutti.

E’ lo scandalo dei furbetti del quartierino, che avevano in Bersani un ottimo amico. Scandalo che concederà il bis nella primavera-estate del 2005, con le scalate illegali all’Antonveneta da parte di Gianpiero Fiorani (Popolare di Lodi, sponsorizzato da Berlusconi e dalla Lega), alla Bnl da parte di Giovanni Consorte (Unipol, sponsorizzato dai vertici Ds) e alla Rcs da parte di Stefano Ricucci (in contatto con uomini di Forza Italia e dei Ds). Ma la battaglia per le banche era già iniziata un anno prima, nel 2004, quando – racconterà ai magistrati Antonio Fazio – Fassino e Bersani si presentarono dal governatore in via Nazionale per proporgli la fusione tra il Montepaschi e la Bnl. Il progetto però tramonta quasi subito, perché l’istituto toscano entra in rotta di collisione con i suoi sponsor diessini e ben presto esce dalla partita. Allora si fanno sotto i baschi del Bbva (Banco di Bilbao) e, per sbarrare loro la strada, viene creata in laboratorio (politico e faziesco) la cordata formata dall’Unipol e dai suoi soci occulti. Un’operazione che i magistrati definiranno senza tanti complimenti “associazione per delinquere”. Telefonate tra Bersani e i furbetti non ne risultano. Purtroppo però si conoscono le dichiarazioni ufficiali in favore di quella banda di avventurieri che voleva ridisegnare, in barba alla legge e alle regole del mercato, un bel pezzo della finanza (e dell’editoria) italiana. Ancora il 7 settembre 2005, quando ormai erano stranote le intercettazioni del governatore e dei suoi furbetti, e la comunità internazionale chiedeva a gran voce il repulisti a Bankitalia, Bersani implorava Fazio di resistere resistere resistere: “Per Fazio andarsene in queste condizioni sarebbe come cedere a una confusa canea”. E venti giorni dopo, nel salotto di Vespa, denunciava il “razzismo” di chi osava criticare Stefano Ricucci, l’ex odontotecnico di Zagarolo lanciatissimo sulla Rcs. Poi Bersani esaltava Giampiero Fiorani come “banchiere certamente molto dinamico, molto capace, sveglio, attivo”. Molto attivo soprattutto a derubare i correntisti della banca di Lodi, dove faceva anche sparire i depositi dei clienti appena morti per girare i soldi ai politici amici. Parole a dir poco avventate, che Bersani non ha mai ritirato con le dovute scuse.

Del resto, pare che nel suo partito gli errori e i fallimenti, lungi dal danneggiarne i protagonisti, facciano curriculum per la carriera. E così, pochi mesi dopo, Bersani viene promosso da responsabile per l’Industria ad autore del programma elettorale Ds. Poi diventa ministro, il più potente e visibile della delegazione querciaiola insieme a D’Alema, grazie al suo ambizioso programma di liberalizzazioni (la famosa “lenzuolata”). Si comincia, è vero, dai taxi e dalle aspirine, ma lui assicura che è solo l’inizio. E giura che non cederà “nemmeno di un millimetro” dinanzi allo sciopero selvaggio dei tassinari. Poi, naturalmente, cede. E la lenzuolata si riduce a un fazzolettino. Ben poco in sintonia con le liberalizzazioni è sicuramente l’ingaggio del figlio di Mastella, Pellegrino, come consulente al ministero delle Attività produttive.

Assenze 204 su 4875 (4,2%) missioni 4609 su 4875 (94,5%)

Frase celebre “Se vuol rifondarsi, la sinistra deve ripartire dal vostro retroterra ideale. La vera sinistra non nasce dal bolscevismo, ma dalle cooperative bianche dell’Ottocento. Il partito socialista è venuto dopo le cooperative, il partito comunista dopo ancora, e i gruppi nati col ’68 sono tutti spariti. Solo l’ideale lanciato da Cl negli anni Settanta è rimasto vivo, perché è quello più vicino alla base popolare. E’ lo stesso ideale che era anche delle cooperative: un fare che è anche un educare. Quando nel 1989 Achille Occhetto volle cambiare il nome del Pci, per un po’ pensò di chiamarlo “Comunità e Libertà”. Perché tra noi e voi le radici sono le stesse” (al meeting di Rimini, 23 agosto 2003).

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